Il Fucino visto dallo spazio

Un'immagine scattata dallo spazio rivela che la piana del Fucino è la valle più fertile d’IItalia.

Il caffè se inquina che piacere è?

E mentre le pubblicità ci raccontano di aromi sensuali e di luoghi di degustazione simili a boutique francesi, non ci rendiamo conto che preferendo la capsula alla moka non solo paghiamo un caffè 7 volte di più, ma contribuiamo ad inquinare l’ambiente.

La forza dell'uomo è nella verità

Alcuni vorranno toglierci la parola: il manganello può sostituire il dialogo, ma le parole non perderanno mai il loro potere, perchè esse sono il mezzo per giungere al significato e, per coloro che vorranno ascoltare, sono l'affermazione della verità.

PIL:una misura di sviluppo?

Ho sempre pensato che sviluppo e benessere inteso come qualità della vita andassero di pari passo...dunque il PIL è utile nella valutazione della qualità della vita?

Visualizzazione post con etichetta Impatto ambientale. Mostra tutti i post
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mercoledì 13 febbraio 2013

Reverse Vending: Ia ricchezza del rifiuto

"Ma se la bottiglia di plastica che avete in macchina valesse del denaro, la gettereste fuori dal finestrino?". Andrea Brandini è convinto di no, ed io credo proprio che lui abbia ragione da vendere.
Ci presenta così il suo servizio sul Reverse Vending un metodo alternativo alla classica raccolta differenziata basato sull'incentivo economico che dà la possibilità ai cittadini di conferire determinati rifiuti in apposite macchine che riconoscono e separano i materiali tramite la lettura di un codice a barre.

In breve si tratta di rivendere i rifiuti di plastica, lattine e vetro che noi produciamo riconsegnandoli presso supermercati bar e ristoranti. In Europa è diffusissimo, in Italia poco o nulla.

Ma non vi dico altro, lascio la parola ad Andrea:

domenica 11 marzo 2012

Land up Take


Negli ultimi 60 anni l'Italia ha subito un aumento del 500% delle aree urbanizzate, perdendo così milioni di ettari di superfici, sopratutto agricole, e le proiezioni per il futuro non sono certo confortanti. A dirlo è il dossier  "Terra Rubata" pubblicato dal WWF e FAI in collaborazione con l'Università degli Studi de L'Aquila. Attraverso l'uso del GIS (Sitema informativo territoriale) si è  fotografata la tendenza delle superfici edificate e l'immagine ottenuta prospetta scenari irreversibili se non si interviene con una idonea pianificazione territoriale che riduca lo spread fra aree verdi e aree "artificializzate".

Fino ad ora sono state analizzate 11 Regioni, tra cui l'Abruzzo, e i dati disponibili sull'intero territorio nazionale ci dicono che ogni giorno la Cementificazione "ruba" circa 75 ettari di suolo (pari a circa 100 campi da calcio per intenderci), questo vuol dire che  fra 20 anni avremo 600 mila ettari di cemento in più e suolo fertile in meno.

All'inizio del post ho usato il verbo "subire", credo che si adatti perfettamente al tema dato che a causa di interessi personali, i governi si ritrovano a compiere scelte "scellerate" che inevitabilmente ricadono sulla testa dei cittadini, basti pensare alle acque che qualche tempo fa hanno inghiottito Genova, una tragedia che poteva essere evitata se invece di cementificare, canalizzare e tombare i corsi d'acqua, si fosse lasciato spazio alla loro natura.

Ma non serve guardare così lontano per rendersi conto del futuro che ci stanno rifilando; In Abruzzo il Governo Regionale sta decidendo a favore di inceneritori, di centri di estrazione petrolifera, di eliminazione e ri-perimetrazione di aree verdi come la Riserva Naturale del Borsacchio e il Parco Sirente-Velino  e tutto questo perché ci sono speculazioni edilizie da favorire e speculatori da accontentare.

Ciò che dobbiamo comprendere è che l'uso irrazionale del suolo può portare a cambiamenti profondi degli equilibri instaurati in natura. Le politiche di difesa ambientale ed economiche devono tenerne conto e non possono prescindere da un'attenta gestione e tutela della risorsa suolo; nel nostro Paese non manca la legislazione in materia di tutela e pianificazione, ciò che manca è la cultura e la consapevolezza che è solo attraverso la salvaguardia ambientale che si costruiscono economie solide e benessere diffuso.

domenica 3 luglio 2011

Il caffè: se inquina che piacere è?


Georges Courtline, celebre poeta, scrittore e drammaturgo francese, a proposito del caffè disse:“ Si cambia più facilmente religione che caffè!


Prendo ispirazione da un articolo di Federica Seneghini pubblicato sul numero 125 di Altra Economia, al fine di cogliere la vostra attenzione e dirottarla su un tema che di fatto è sotto gli occhi di tutti, ma che nella realtà quotidiana è ben celato dalle opportune tecniche del brand management.
La Seneghini scrive: “le capsule usa e getta mandano in pensione la moka”. Secondo i dati forniti da Gfk le vendite delle macchine da caffè in capsule sono aumentate del 21,9% solo nel 2010, a discapito della vecchia e cara moka, le cui vendite si attestano a -14,9%. Sarà merito dell’affascinante Clooney o del simpatico duo Bonolis-Laurentis, o semplicemente è che si corre così tanto da non avere più tempo per un caffè vecchia maniera, fatto sta che quello che prima era un rito adesso si sta trasformando in una sorta di status symbol che fa incassare ai grandi marchi cifre come 2,12 miliardi di euro l’anno (fatturato Nespresso).

E mentre le pubblicità ci raccontano di aromi sensuali e di luoghi di degustazione simili a boutique francesi, non ci rendiamo conto che preferendo la capsula alla moka non solo paghiamo un caffè 7 volte di più, ma contribuiamo ad inquinare l’ambiente. Non ci avevate pensato vero? In realtà neppure io.
Consideriamo l’aspetto economico. Innanzi tutto dobbiamo acquistare la macchina il cui prezzo varia dai 150 € ai 500 € in base al modello e alla marca. Una buona moka, esagerando, può venire a costare intorno ai 25 €. Poi c’è da affrontare la questione capsule. La singola capsula contiene circa 5 gr di caffè e il suo costo si aggira intorno ai 0.40 €. A conti fatti un chilo di caffè in capsula viene a costarci circa 80 €, a fronte dei 10.60 € di un chilo di  miscela classica di caffè equosolidale (che fa bene a noi e a chi lo produce). Non è poi così conveniente per le nostre tasche vero?

Soffermiamoci infine sull’aspetto strettamente ambientale. Una volta utilizzate le capsule vengono gettate nell’indifferenziato (poiché parzialmente contaminate dalla polvere di caffè non è possibile riciclarle) andando a gravare sul problema rifiuti che di questi tempi è fortemente avvertito nella nostra penisola; ma è chiaro che prima di diventare rifiuti le capsule devono essere prodotte e quanto pesa la loro produzione? Il team Rifiuti Zero del comune di Capannori (Lucca) ha condotto uno studio approfondito: per realizzare un chilo di capsule usa e getta occorrono 4 chili di acqua, 2 chili di petrolio e 22 kilowatt di energia elettrica. Considerando che solo nel nostro Paese si consumano un miliardo di capsule da caffè usa e getta, è chiaro che l’impatto ambientale in termini di inquinamento e consumo di risorse ed energia è notevole.

E’ vero, esistono delle alternative come ad esempio le cialde in carta, (quelle proposte da altro mercato) o quelle biodegradabili (quelle proposte da Illy caffè), le quali una volta utilizzate vengono smaltite nell’organico. Si potrebbe persino tentare la strada del “vuoto a rendere”, ma in ogni caso ai costi ambientali ed economici legati alla produzione e trasporto del caffè se ne vanno ad aggiungere altri, anche se minimi. A rigor di logica la soluzione amica dell’ambiente resta ancora e sempre la moka.  

Spesso le mode del momento ci impongono logiche che pensiamo siano nostre, ma che si rivelano frutto di un marketing studiato a tavolino e  che ci spaccia per necessario ciò che in realtà è estremamente superfluo: c’è poi la voce fuori coro, quella che mette tutto in discussione e che porta l’ascoltatore attento a porsi la fatidica domanda: “mi serve davvero?”. E’ questo il punto di partenza per trasformarsi da consumatori passivi a consumatori critici e responsabili attenti alle proprie scelte e ai propri stili di vita.

giovedì 20 maggio 2010

Come ti riduco l'imballaggio

Sono sempre stata convinta che quando si fa un regalo, lo si deve fare col cuore e questo significa mettersi nei panni della persona che quel regalo deve riceverlo, cercando così di scegliere in base ai suoi gusti e alla sua personalità in modo da fargli davvero un dono piacevole; credo che questo dica molto sul rapporto di amicizia, stima o amore tra due persone.
Pochi giorni fa ho festeggiato il mio compleanno (TANTI AUGURI A ME!), e Ivana, una cara amica, preoccupandosi di ciò che a me piace e conoscendo la mia sensibilità verso le tematiche ambientali, mi ha fatto un regalo a misura di "Sefora". Grazie Ivana!

Ora fatta questa premessa, passiamo al tema centrale del post: è possibile ridurre davvero gli imballaggi? La risposta è SI, basta averne la volontà. A darmene conferma è stato proprio il regalo ricevuto da Ivana. Ho "scartato" il regalo e mi si è presentata una scatola di cartone riciclato; ma la sorpresa ovviamente era al suo interno.


Una confezione contenente una saponetta al miele, un bagnoschiuma (fatto con foglie di vite, succo di mandarino olive e bergamotto) e una saponetta per lo scrub (fatto con zenzero, zucchero e finocchio). Sono tutti prodotti ecologici, fatti a mano con frutta fresca e oli essenziali. Tutti rigorosamente NON testati su animali. A produrli è LUSH (entrate nel sito e vi meraviglierete da soli). La maggior parte dei prodotti è in forma solida, in questo modo si evita l'uso di inutili imballaggi di plastica, di conservanti e ci fanno risparmiare: ad esempio una barretta di shampoo solido da 55 gr ha una durata equivalente a 3 bottiglie di shampoo liquido da 250 gr.

Sempre secondo la filosofia della sostenibilità che l'azienda segue da ormai 20 anni, indovinate cosa trovate nella scatola al posto dei classici "confetti" di polistirolo tipici delle normali pratiche di packaging per evitare il danneggiarsi dei prodotti con il trasporto? POPCORN (vedere nella foto) o patatine di amido di mais colorate. Pesano di meno, assorbono bene gli urti e mamma Terra ringrazia: possono venir smaltite con le normali pratiche di compostaggio! Senza contare poi che sono allegre e divertenti. Dovevate vedere la mia faccia stupita e le risate che mi sono fatta aprendo la confezione!

Ora potrei stare qui a raccontarvi altro della LUSH, ma credo che sia meglio per voi andare sul sito ufficiale (vi ho inserito il link) per scoprire e valutare voi stessi quanto straordinario sia l'impegno ambientale di questa azienda! Sto facendo della pubblicità? CERTO credo che i meritevoli vadano premiati e questo è il mio piccolo modo per farlo.
LUSH Mamma Terra ti promuove con 10 e lode!

Foto: Sefora Inzaghi

lunedì 12 aprile 2010

Giù le mani da Gilgel Gibe 3

Ricordate Grand Inga? Ve ne ho parlato qualche tempo fa; oggi vi segnalo una vicenda simile a Grand Inga, solo che questa riguarda l'Etiopia (e parte del Kenya), il suo nome è Gilgel Gibe 3: una diga alta circa 240 mt, che va a formare uno sbarramento nella parte sud occidentale del fiume Omo. La realizzazione di Gibe 3, affidata ad una ditta Italiana, rappresenta la classica storia di magagne burocratiche e di soprusi, anche in questo caso sono state violate leggi internazionali e diritti umani. Ma per saperne di più vi rimando al mio ARTICOLO pubblicato su EcoWiki.

Per restare costantemente informati e, volendo, firmare la petizione "Stop a Gibe 3", vi rimando al LINK

venerdì 22 gennaio 2010

2010: anno della biodiversità



L'ONU ha dichiarato il 2010 anno internazionale della biodiversità. Lo fa 'per aumentare la consapevolezza delle molte funzioni che la biodiversita' svolge per assicurare la vita sulla Terra'.
 
Un bambino mi ha chiesto "cos'è la biodiversità?" ho risposto "la varietà di specie vegetali e animali presenti sul nostro pianeta", ma è una risposta che non mi soddisfa è incompleta e ridotta alla semplicità, tuttavia come faccio a spiegare a un bimbo cos'è la biodiversità? Essa è qualcosa di profondo in cui io stessa a volte sento di perdermi, in un certo senso la considero il "motore" del pianeta. Noi abbiamo la presunzione di pensare che l'ambiente sia qualcosa di amorfo che circonda l'uomo, in realtà così come il motore di una macchina, l'ambiente è un sistema complesso il cui funzionamento è garantito dalle sue diverse componenti, dai diversi processi ciclici portati avanti dai sistemi viventi, uomo incluso. E' grazie all'esistenza di tanti sottosistemi (biodiversità) che l'ecosistema funziona: se un impatto esterno blocca la funzione di un sottosistema, gli altri intervengono con funzioni ausiliari. Ma se il sistema ha una bassa diversità, può essere facilmente destabilizzato. Questo è il motivo per cui la biodiversità va protetta, la biodiversità è la vita che che muove la vita stessa.

L'ONU ha dichiarato il 2010 anno della biodiversità;...rubo ora una frase dal sito criticamente.it "anche l'ONU come molti altri organismi internazionali sembra avere una testa pensante e un corpo governato da istinti economici". Mi piace molto questa frase, è' schietta, è vera.

Nell'anno della biodiversità nella Repubblica Democratica del Congo si vuole compiere uno scempio ambientale di nome "Grand Inga", una diga alta 150 metri, con 50 turbine in grado di produrre 40 mila MW di energia. In Congo esistono già due grandi dighe, Inga I e Inga II, in realtà non hanno mai funzionato a piena capacità, poichè nel Paese manca un sistema di distribuzione dell'energia a bassa tensione che possa garantire l'accesso all'energia della popolazione congolese, (solo il 6% accede al servizio), il resto viene trasferita verso il Katanga. Con Grand Inga la situazione non cambierà, infatti questo nuovo progetto non prevede un piano di distribuzione alla popolazione congolose. La diga sembra pensata per distribuire energia ad altri Paesi, come Egitto, Italia, Turchia ed infatti dietro il finanziamento del progetto (80 miliardi di dollari) ci sono le grandi multinazionali con la Banca Mondiale in testa. L'opera viene proposta come fonte di energia pulita, per la cui costruzione le imprese puntano ad ottenere i certificati per la riduzione di CO2 grazie al meccanismo dei CDM del protocollo di Kyoto. A noi energia e crediti di carbonio, ai cittadini del Congo costi ambientali e sociali (esternalità). La linea di trasmissione dell'elettricità che dovrà raggiungere le coste del Mediterraneo attraverserà la foresta tropicale del Congo, seconda al mondo per estensione e biodiversità e grande serbatotio di contenimento delle emissioni di CO2 mondiali; qui vivono l'okapi, l'elefante della foresta, il pavone congolese, l'antilope bongo e almeno 10 mila specie di piante. Ad esser minacciate saranno anche tutte le popolazioni locali e i popoli indigeni come i pigmei, che dipendono dalla foresta per la propria sopravvivenza, saranno ancora una volta lesi i diritti umani economici e sociali delle popolazioni coinvolte. Secondo diversi esperti i rischi ambientali, e le perdite hanno un costo superiore ai profitti economici che si potrebero ottenere dalla realizzazione del progetto.

Gli economisti definiscono il capitale come la ricchezza usata per sostenere il commercio e creare nuova ricchezza, ma la nostra esistenza, e la nostra economia dipendono totalmente dal capitale naturale: sole, aria, acqua, suolo, animali, minerali processo di purificazione naturale, varietà culturale....

Come si può difendere la biodiversità se i Governi e i mercati non sanno fare una scelta morale tra oggetti e politiche?

Fonte: I cinque progetti che devasteranno il pianeta-altraeconomia

lunedì 18 gennaio 2010

I consumi divorano il pianeta

Riporto di seguito un articolo di Antonio Ciaciullo:

I bambini inglesi riconoscono più facilmente i diversi Pokémon che le specie di fauna selvatica; i bambini americani di due anni non sono in grado di leggere la lettera M, ma molti riconoscono gli archi a forma di M dei ristoranti McDonald's; due cani pastore tedeschi consumano più risorse in un anno di un abitante medio del Bangladesh. E un dato d'assieme: i 500 milioni di individui più ricchi del mondo (circa il 7 per cento della popolazione globale) sono responsabili del 50 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica, mentre i 3 miliardi più poveri sono responsabili di appena il 6 per cento delle emissioni di CO2.

Sono alcune delle cifre contenute nello State of the World 2010, il rapporto del Worldwatch Institute (appena uscito negli Stati Uniti, in Italia sarà pubblicato da Edizioni Ambiente) dedicato quest'anno soprattutto a un'analisi dei consumi. Ingozzarsi di cibo e di merci non fa bene né ai singoli né all'ambiente. Dal punto di vista della salute individuale c'è da notare che molti degli individui più longevi consumano 1.800-1.900 calorie al giorno, cibi poco trattati e pochissimi alimenti animali, mentre l'americano medio consuma 3.830 calorie al giorno. Dal punto di vista della salute globale c'è da rilevare che tra il 1950 e il 2005 la produzione di metalli è sestuplicata, il consumo di petrolio è aumentato di otto volte e quello di gas naturale di quattordici; un europeo medio usa 43 chilogrammi di risorse e un americano 88; a livello globale ogni giorno si prelevano risorse con le quali si potrebbero costruire 112 Empire State Building. Circa il 60 per cento dei servizi offerti gratuitamente dagli ecosistemi - regolazione climatica, fornitura di acqua dolce, smaltimento dei rifiuti, risorse ittiche - si sta impoverendo.

E la corsa a divorare il pianeta diventa sempre più veloce: negli ultimi cinque anni i consumi sono saliti del 28 per cento. Nel 2008, globalmente, si sono acquistati 68 milioni di veicoli, 85 milioni di frigoriferi, 297 milioni di computer e 1,2 miliardi di telefoni cellulari. Non sono aumenti dovuti solo all'incremento demografico: tra il 1960 e il 2006 la popolazione globale è cresciuta di un fattore 2,2, mentre la spesa pro capite in beni di consumo è quasi triplicata.

Non mancano comunque segnali positivi che mostrano l'irrobustirsi di fenomeni di controtendenza. Il rapporto americano cita, tra gli altri, due casi italiani. Il primo è il "piedibus", un sistema per mandare i bambini a scuola con accompagnatori che organizzano un percorso a piedi, con "fermate" per far aggregare al gruppo altri studenti. A Lecco ogni giorno 450 alunni delle scuole elementari raggiungono a piedi le classi seguendo 17 percorsi, accompagnati da un "conducente" e genitori volontari. Dalla loro creazione, nel 2003, questi "piedibus" hanno evitato circa 160 mila chilometri di spostamenti con veicoli a motore. Oltre a ridurre l'impatto ecologico, questo modo di andare a scuola insegna la sicurezza stradale e favorisce l'esercizio fisico.

Il secondo segnale positivo italiano segnalato dal Wordlwatch Institute riguarda le scuole romane. Il 67,5 per cento del cibo servito nelle scuole della capitale è biologico e in buona parte proviene da catene specializzate in prodotti del territorio o ha un certificato "equosolidale" o è stato prodotto da cooperative sociali che lavorano terra confiscata alla mafia.

Voglio segnalarvi questo bellissimo POST dal blog Ecomondo dell'amico MAX T

mercoledì 6 gennaio 2010

La centrale elettrica a carbone di Porto Romano

Da anni l'Albania vive una profonda crisi energetica. Il 98% della produzione nazionale deriva da impianti idrolettrici, ma ciò non è sufficiente a soddisfare il crescente fabbisogno del Paese. Nel dicembre 2007 Fulvio Conti, amministratore delegato dell'ENEL, firma con il Ministero dell'Economia, del Commercio e dell'energia albanese un memorandum of understanding per lo sviluppo del settore energetico dell'Albania.

Uno dei punti chiave dell'accordo è la costruzione di una centrale elettrica a carbone (1600 MW) nell'area di Porto Romano nei pressi di Durazzo. La centrale verebbe alimentata da circa 4 milioni di tonnellate annue di carbone importato dal sud Africa. Inoltre tale progetto prevede la realizzazione di una linea sottomarina lunga 210 km che attraverserà l'Adriatico in modo tale che l'85% dell'energia prodotta dalla centrale venga trasferita in Italia.

Mi piacerebbe capire come mai, nonstante l'interessamento da parte di altre imprese, come la greca Titan o la tedesca RWE, l'ENEL si sia aggiudicata l'opera senza neppure che sia stata indetta una gara d'appalto internazionale; ma passando oltre e soffermandomi su aspetti puramente ambientali riporto i dati di uno studio congiunto della Ong albanese Eden e del network europeo CEE Bankwatch. Secondo tale studio con la realizzazione dell'impianto le emissioni di CO2 dell'Albania passeranno dalle attuali 5,5 milioni di tonnellate anno a ben 14 milioni di tonnellate. La media di emissioni per persona salirà a 4,6 tonnellate ogni anno, ovvero più di un punto dei valori previsti dal Protocollo di Kyoto per i Paesi non allegati
E' dunque il caso di dire che il nostro Paese invece di aiutare una realtà in via di sviluppo a ridurre le sue emissioni, nel pieno spirito del protocollo di Kyoto, riesce a farle aumentare.

Secondo le osservazioni mosse allo studio di impatto ambientale fornito da ENEL, non solo non si sono prese in considerazione altre fonti energetiche alternative al carbone, ma lo studio stesso non valuta neppure in maniera adeguata le emissioni legate al progetto. Senza contare che solo il 6% della popolazione interessata è al corrente della eventuale realizzazione della centrale ( mi ricorda una storia familiare avvenuta qui nella Marsica, solo che in questo caso l'impresa si chiama PowerCrop).
Allo stato attuale nessuna istituzione finanziaria internazionale sta prendendo in considerazione un possibile prestito per la centrale di Porto Romano sebbene in Albania già esistono attività estrattive finanziate da banche di sviluppo. Il timore resta alto perchè quando si tratta di produrre energia (specie se da rivendere all'estero) le normative ambientali e gli standard internazionali vengono facilmente aggirati anche da quelle istituzioni come la Banca Mondiale che dovrebbero operare nel rispetto dei diritti umani, evitando di contribuire all'ulteriore degrado ambientale del pianeta. Il Parco Vlora, sempre in Albania, ne è un esempio.

In attesa di avere notizie riguardo al futuro di Porto Romano, vi comunico che l'ENEL ha riservato lo stesso destino anche all' Italia: due saranno le centrali elettriche a carbone, quella di Porto Tolle (Veneto) e quella di Torrevaldaliga (Civitavecchia).

Fonte: tratto dall'allegato di altraeconomia "i cinque progetti che devasteranno il pianeta" di Luca Manes

venerdì 4 settembre 2009

La censura di Moratti: "questo film non s'ha da proiettare!

MODA AUTUNNO-INVERNO 2009-2010: LA CENSURA!!!
Il Berlusca ha dato il via e ora altri lo seguono passo passo:
Infatti i fratelli Moratti il 7 agosto scorso si sono rivolti al Tribunale Civile di Cagliari per censurare in tutta Italia il film “Oil”, un documentario sulla Saras, il loro impianto petrolifero in Sardegna. L’atto di citazione, firmato dagli studi Chessa Miglior e Luminoso di Cagliari, oltre ai danni «patrimoniali e non», richiede al tribunale di inibire l’ulteriore proiezione, comunicazione e diffusione del documentario». Ma siccome non bastava, il 2 settembre scorso hanno anche scritto agli organizzatori di una rassegna dove il film doveva essere proiettato (il Festival internazionale del reportage ambientale di Genova invitandoli a soprassedere, e facendo capire che se lo proiettano si beccano una citazione anche loro. Il film di Massimiliano Mazzotta racconta con testimonianze e dettagli l’inquinamento provocato dalla Saras a Sarroch (in provincia di Cagliari), l’aumento di malattie respiratorie nella zona dell’impianto e i rischi che corrono i lavoratori. Meno di cinque mesi fa alla Saras sono morti tre operai in un incidente sul lavoro nell’impianto di desolforazione.
Solidarietà di mamma Terra a Massimilano Mazzotta e al suo avvocato Giuseppe Fornari. Un augurio affinchè la verità possa sempre essere divulgata e non nascosta e che arrivi al cuore delle persone svegliandole dall'indifferenza e dal torpore.



Fonte: L'Espresso blog

venerdì 14 agosto 2009

Ecco quanto arsenico dell'Ilva finisce nel mare

Il dato sperimentale del 2007 è tre volte superiore alla dichiarazione al registro Ines 2006. I dati aziendali "superano" i dati di Arpa Puglia la quale in laboratorio riscontra... valori inferiori ai laboratori Ilva.
Il dr. Fabrizio Bianchi è l’epidemiologo dell’Istituto di fisiologia clinica del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) che ha guidato le ricerche dell’arsenico a Gela i cui risultati hanno dato lo spunto a PeaceLink per chiedere che analoghe ricerche siano fatte a Taranto, dove, per molti aspetti, la situazione dell’inquinamento ambientale è più grave di quella di Gela. Egli ritiene, d’accordo con il Direttore Generale di ARPA Puglia prof. Giorgio Assennato, che sia bene fare nuovi controlli, avendo a riferimento i dati ISPESL del 2007. Nella lunga intervista concessa alla Gazzetta del Mezzogiorno del 13 agosto, lo scienziato riconosce anche l’apporto positivo della società civile: “Le Istituzioni si stanno muovendo e lo stimolo viene dal basso. Se poi ci sono protocolli di ricerca, attivati o da attivare, per realizzare quello che gli ambientalisti e i cittadini chiedono in materia di controlli siamo, allora, sulla strada giusta”. E’ ben altra musica rispetto alle accuse di “allarmismi assolutamente ingiustificati” e di “sensazionalismo” che sono piovute addosso a PeaceLink solo perché ha “osato” rendere noti all’opinione pubblica i “dati fittizi” del registro INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e delle Sorgenti), peraltro comunicati dalle aziende al Ministero dell’Ambiente.
Il dott. Fabrizio Bianchi ha dichiarato alla Gazzetta che i dati che le aziende comunicano al registro INES, a cui PeaceLink ha fatto riferimento per lanciare l’attenzione sull’arsenico a Taranto, in genere non sono sovrastimati. Su questo il dott. Bianchi è stato esplicito in maniera disarmante: “Sarebbe sciocco – ha dichiarato – da parte di una azienda dichiarare dati più alti rispetto alle emissioni inquinanti”.
E’ quello che tutti pensiamo. Ciò è confermato dalla vicenda diossina. Infatti l’Ilva dichiarava poco più di 90 grammi annui al registro INES mentre l’Arpa Puglia, misurazioni alla mano, ha valutato le emissioni di diossina in 172 grammi annui in condizioni di normale conduzione degli impianti.
Quindi PeaceLink ha fondati motivi di ritenere che in taluni casi i dati reali degli inquinanti immessi nell’aria e nelle acque di Taranto siano ancora più importanti dei dati di stima comunicati dall’Ilva al registro INES.
Facciamo proprio il caso dell’arsenico di cui si discute in questi giorni che preoccupa noi, il Sindaco e il Segretario generale di UILM Taranto ma che non sembra allarmare né Ilva, né Confindustria. Bene. I dati INES, frutto di stime dell'Ilva, sono 1116 chili all'anno di arsenico Ilva per il 2006 (ultimo dato disponibile).
I dati dell’Arpa Puglia, frutto di misurazioni relative all’arsenico Ilva, sono questi per il 2007: 2650 chili all’anno.
Noi sappiamo che a ciascuna analisi eseguita dal laboratorio del Dipartimento di Taranto di ARPA Puglia corrisponde l’analisi fatta da Ilva nei propri laboratori accreditati.
Le analisi di verifica dell’Ilva, sempre del 2007, rivelano dati ancora più consistenti. Le analisi Ilva forniscono infatti valori di concentrazione lievemente inferiori per il canale 1 (0,0028 mg/litro) e più che doppi per il canale 2 (0,0022 mg/litro).
L'Arpa fornisce come portata oraria dei due canali i seguenti dati: 100.000.000 di litri/ora per il canale 1 e 45.000.000 di litri/ora per il canale 2.
Il che dà come valore complessivo di scarico annuo una quantità di 3320 chili di arsenico in mare (2453 kg per il canale 1 più 867 kg per il canale 2). Questo è il valore in kg/anno ricavato con i dati di laboratorio (rapporti di prova) dell'Ilva stessa.
E’ mai possibile che le Autorità sanitarie, dal Sindaco, agli Assessori comunale, provinciale e regionale, all’Istituto Superiore di Sanità, al Ministro e al Ministero della salute continuino ad accettare come unico limite di emissione di elementi cancerogeni quello della “concentrazione” (milligrammi per litro) mentre la salute dei cittadini è compromessa dai quantitativi reali di veleni immessi nell’aria e nel mare, quantitativi direttamente correlati con i reali enormi flussi di massa annuali?
Usque tandem …?

Articolo preso da : Associazione PeaceLink


martedì 2 settembre 2008

Quando tutto è uno

Se le api scomparissero dalla faccia della terra, all´uomo resterebbero solo quattro anni di vita”
A. Einstein

Non si sa se questa frase fu davvero pronunciata dal grande fisico, o da altri, ma rimane il fatto che è ben scritta e ben fatta. Le api sono un "uno nel tutto," ed è in virtù di questa unicità che sono di fondamentale importanza nel mantenimento del sistema Terra. Fino al 2000 in Italia la morte delle api era di circa il 3-10 %, morte che si verificava sopratutto in inverno o per altre cause naturali (come ad esempio attacchi da parte di parassiti), in questi ultimi anni però gli apicoltori si trovano a peredere circa il 40-50% delle loro colonie, e la morte si verifica non solo nella stagione fredda, ma durante l'intero arco dell'anno. La grave perdita non riguarda solo gli apicoltori italiani, ma si registra a livello mondiale. Le api sono dei buoni indicatori biologici , infatti possiedono un'elevata sensibilità all'inquinamento, specie di tipo chimico come quello causato dai pesticidi. Cercando un pò in giro notizie mi balza subito all'occhio una frase, che vi riporto di seguito: "gli apicoltori attribuiscono la responsabilità ai pesticidi con cui viene trattato il mais prima della semina". E ancora leggo da qualche parte "Negli Stati Uniti il fenomeno è particolarmente evidente e ha caratteristiche molto peculiari, al momento inspiegabili". La perdita di api negli USA è stata stimata intorno al 90%. L'America ha sviluppato una politica energetica che vede grandi incentivi economici per favorire le coltivazioni di mais per produrre etanolo; l'Europa sta sviluppando una politica energetica dove si guarda con favore alla produzione di energia da fonti rinnovabili tra cui le biomasse e in particolar modo grano e mais; questo tipo di politica sembrerebbe essere in parte la cuasa dell'aumento dei prezzi del cibo, coma pasta e pane ma anche carne...la mia domanda è :"forse che questo tipo di politica stia in qualche modo incidendo sulla moria delle api? Che ci sia una relazione fra questo e quello? Che il voler produrre ostinatamente energia dalle colture come il mais e il grano stia incidendo negativamente sul funzionamento degli ecosistemi, comprottendone la stessa integrità e biodiversità?
L'ipotesi a questo punto non è da escludere....

"Un mondo senza api sarebbe impossibile. Non è in ballo soltanto la produzione del miele. Ogni alveare garantisce l´impollinazione su quasi 3.000 ettari. Oltre a moltissime specie vegetali spontanee, un gran numero di colture dipende largamente o esclusivamente dalle api per l´impollinazione: albicocco, mandorlo, ciliegio, fragola, pesco, pero, prugna, zucchina, melone, anguria, kiwi, girasole, colza… Significa che, senza le api, tutti questi raccolti sarebbero scarsi o nulli".
Vi lascio riflettere......

Fonte: assessorato agricoltura, Ecologia e Ambiente

lunedì 14 luglio 2008

Epson: ridurremo le emissiono di CO2 del 90%

I grandi del G8 hanno posto come obiettivo la riduzione del 50% di emissione di CO2 al 2050. Ce la prendiamo davvero comoda eh? Un traguardo troppo lungo, dico io, un traguardo dove ancora una volta non si gaurda alla vera emergenza ma soloai propri interessi economici. I parametri fissati da Kyoto non sono stati rispettati, in alcuni casi invece di ridurre si è aumentata l'emissione di gas serra, figuriamoci come sarà l'andamento ora che si parla di 50% in meno in 50 anni! Tuttavia c'è chi ama le sfide: in questi giorni il colosso giapponese Seiko Epson ha presentato un ambizioso programma ambientale, tra i cui obiettvi c'è quello di ridurre del 90% le emissiono di CO2 entro dieci anni. I punti saldi per raggiungere tale traguardo sono essenzialmente 4:
1. Riduzione della CO2 nella produzione dei componenti. Per ridurre l'impatto ambientale dei componenti, Epson apporterà delle modifiche sostanziali in fase di progettazione dei prodotti, riducendo le dimensioni, il peso e la quantità dei componenti. Allo stesso tempo Epson si avvallerà della cooperazione dei fornitori per riallineare i centri di produzione e rivedere la distribuzione e la logistica.
2. Sviluppo di un modello di business in cui i prodotti finiti avranno una durata maggiore e verranno in ultimo restituiti a Epson. Per allungare la vita dei prodotti, Epson cercherà di realizzare un modello di business che assicuri un efficiente ciclo delle risorse. Tra le aree oggetto di esame, il riutilizzo dei prodotti, il leasing e il noleggio.
3. Chiamare a raccolta un gruppo di esperti del settore per dimezzare l'energia utilizzata dalle camere bianche. Le camere bianche sono la fonte maggiore di emissioni di CO2, con circa 300.000 tonnellate. Epson creerà un team di esperti della produzione, delle strutture di base e di altri settori rilevanti per promuovere lo sviluppo di tecnologie in grado di ridurre la quantità di energia richiesta dalle camere bianche, assicurando che l'energia sia utilizzata solo nei tempi, negli spazi e nelle quantità necessarie. Il Gruppo ridurrà ulteriormente la quantità di energia con la riduzione, l'accorpamento e l'incremento di efficienza delle camere bianche.
4. Supporto ad attività ambientali e di riforestazione svolte dai dipendenti. Epson, con la collaborazione dei governi locali e di organizzazioni non governative e no profit, attuerà programmi di riforestazione, in linea con i bisogni delle comunità nelle quali Epson opera, ai quali prenderanno parte come volontari i dipendenti Epson. Epson raccoglierà idee e proposte dai propri dipendenti e assicurerà assistenza in programmi di tutela ambientale ai quali tutti i dipendenti potranno partecipare.

Iniziativa che fa ottima pubblicità alla Epson, mia uguro solo che le parole si trasformino in fatti!

Fonte: Affari italiani

martedì 15 aprile 2008

L'era dei biocarburanti

Io continuo a pensare che l'uomo sia un animale strano, ogni volta che scopre qualcosa, lo sfrutta in maniera così esagerata che alla fine non va a risolvere problemi, ma a crearne degli altri. Il mio pensiero sulla produzione di energia da biomasse o da oli vegetali è sempre stato un pò scettico, e vi avevo accennato di questo già in un paio di post precedenti (POST1) (POST2).
Gustavo Best, coordinatore di ONU-Energy, gruppo che si occupa di energia sotto il patrocinio FAO dice: "L'industria dei biocarburanti è pericolosamente disorganizzata. Più aumenta la domanda di biocarburanti, maggiore è la quantità di risorse sottratte all'industria alimentare, maggiori saranno i rincari dei prezzi dei cibi". Le terre che prima erano destinate alla produzione alimentare saranno destinate ai biocarburanti e quindi ai fertilizzanti, pesticidi e sopratutto all'acqua! L'acqua fonte di vita utlizzata per produrre materiua da bruciare...
"Quando i prodotti alimentari scarseggiano, usarli per produrre combustibili è un grave errore. Anzi, di più: è un crimine contro l’umanità". Non sono io a dirlo, ma Jean Ziegler, portavoce speciale delle Nazioni Unite per il Diritto all’alimentazione.
Per approfondire vi segnalo:
International monetary fund
World development report 2008


martedì 8 aprile 2008

SOS: strage di api

Oltre 40 mila alveari spopolati: è allarme in Italia per una nuova strage di api, dopo le morie registrate nel 2007 che hanno dimezzato le popolazioni di questi insetti. Ecco il quadro fornito da Legambiente e Unione nazionale associazioni apicoltori italiani, che oggi hanno manifestato di fronte al ministero delle Politiche agricole a Roma:
- LE CIFRE: per ora la stima è di oltre 40 mila alveari spopolati in contemporanea con le semine di mais nel nord-ovest. Le Regioni prevalentemente colpite sono Piemonte e Lombardia mentre segnali di morie di api si registrano in Veneto, Emilia Romagna, Toscana e in generale nelle Regioni del centro-nord;
- LE SOSTANZE INCRIMINATE: sotto accusa sono neurotossici e neonicotinoidi di seconda generazione, prodotti dai colossi della chimica. Sparsi nell'ambiente durante la semina, questi nuovi insetticidi contaminano la rugiada e la fioritura circostante. Secondo gli apicoltori anche in dosi infinitesimali queste molecole neurotossiche uccidono gli insetti con cui entrano in contatto, fino a chilometri di distanza dai campi di semina;
Oltre un terzo delle coltivazioni è impollinato attraverso il lavoro di insetti, e le api concorrono per l'80%. Occorre fare al più presto chiarezza sulle cause che stanno provocando una vera strage delle api, con una riduzione dal 30 al 50% del patrimonio apistico nazionale, mettendo a rischio, oltre al miele, l'equilibrio naturale globale con effetti sulla salute e l'alimentazione. Mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, albicocche, susine, meloni, angurie, pomodori, zucchine, soia, girasole e colza - spiega la Coldiretti - dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Così pure la grande maggioranza delle colture orticole da seme, come l'aglio, la carota, i cavoli e la cipolla si possono riprodurre grazie alle api. Nel 2007 - precisa la Coldiretti - la perdita in Italia di 200mila alveari ha provocato un danno economico per la mancata impollinazione pari a 250 milioni di Euro.
E' fissato al 18 aprile un nuovo incontro dei rappresentanti delle associazioni apistiche e di Legambiente con un dirigente del ministero delle Politiche agricole e le Regioni per definire una possibile moratoria dell'uso delle sostanze killer impiegate nella semina dagli agricoltori e che secondo gli addetti ai lavori hanno causato la recente moria negli alveari".

Fonte: Ansa

Bicchiere di mais? Si grazie

Primavera, tempo di picnic e gite fuori porta. Quando si preparano i cesti per il pranzo una cosa che non può mancare sono i bicchieri, i piatti e le posate di plastica: i classici oggetti usa e getta, quelli che ci sono tanto utili durante questo tipo di giornata perché ci risparmiano la fatica di dover lavare i piatti al rientro a casa o ci eliminano la preoccupazione che possano rompersi e che inoltre occupano poco spazio all’interno della nostra borsa-picnic. Ma vi siete mai chiesti quanto impatto hanno sull’ambiente? Si tratta di spreco di energia e materia prima, spesso questa plastica non si riesce neppure a riciclarla e il più delle volte viene abbandonata sui prati perché a “qualcuno” risulta troppo faticoso riportarsi a casa il sacchetto della spazzatura. Un consiglio allora che potrebbe aiutare mamma Terra è questo: se proprio non riusciamo a fare a meno di questi prodotti usa e getta, allora si potrebbero acquistare i bicchieri, i piatti e le posate ecologici: Si tratta di articoli realizzati in PLA ( acido lattico polimerizzato). Il PLA E' un biopolimero derivante dall'amido di mais, è completamente biodegradabile e compostabile secondo norma EN13432. Resiste ad una temperatura massima di 50°. E' perfettamente trasparente e viene utilizzato per la produzione di bicchieri con caratteristiche tecniche e meccaniche simili al polistirolo ma, data la scarsa resistenza alle alte temperature, adatti solo a bevande fredde. Questo particolare materiale si decompone naturalmente attraverso il processo di degradazione attivato durante compostaggio dai microrganismi presenti in natura. Tuttavia è importante sapere che anche posate, piatti e bicchieri biodegradabili hanno bisogno di un processo di smaltimento secondo specifiche procedure di stoccaggio che richiedono comunque un dispendio di energia che in ogni caso risulta di gran lunga inferiore a quelle richieste per lo smaltimento della plastica convenzionale. Questo significa che anche per i prodotti biodegradabili è richiesta la raccolta differenziata e il fatto che siano di origine naturale non significa che è possibile gettarli nell'ambiente fiduciosi della loro scomparsa entro pochi mesi.

Come in tutte le cose, però, anche in questo caso ci sono delle riflessioni e dei dubbi che vengono sollevati: l'Aippm avanza tre riserve: «Al di là dei perduranti limiti prestazionali rispetto ai prodotti "tradizionali", e di qualche riserva avanzata su di un massiccio utilizzo di plastiche derivate da mais (prodotti Ogm, alto impatto della coltura) è la stessa disponibilità di materia prima che contribuisce a limitare la diffusione di questi prodotti». Condivido questo pensiero come dico sempre in tutte le cose non bisogna tendere ad esagerare negli usi, nel senso che chiaramente l’uso di questi beni materiali deve essere fatto solo quando effettivamente è necessario, e non farlo diventare un abitudine o stile di vita. In molte case si tende ad usare le piatti in plastica, perché più comodo e veloce, facciamo in modo che l’utilizzo di questi oggetti avvenga solo ed esclusivamente durante le nostre gite.

mercoledì 27 febbraio 2008

Il Settimo continente

Qualcuno lo considera il settimo continente della Terra: galleggia sull’Oceano Pacifico, si invortica su se stesso e soprattutto si espande. Ed è formato da rifiuti. L’allarme è scattato dopo una foto scattata da Greenpeace Svizzera, mostra un pulcino di albatros morto di fame. Nello stomaco ha plastica, solo plastica. La foto è stata scattata in un luogo al largo delle Hawaii in cui, per il gioco delle correnti, si è formata un’enorme discarica galleggiante di plastica proveniente praticamente da tutto il mondo. Dopo l’allarme, sono iniziati gli studi. La causa dell’accumulo di rifiuti non è da ricercare solo nelle correnti oceaniche, ma anche nei venti. Normalmente i materiali scaricati in mare tendano normalmente a disperdersi, in questo caso il doppio effetto di aria ed acqua tende invece a favorire l’accumulo di questa gigantesca isola di rifiuti galleggianti. E stavolta non servono polemiche: è praticamente certo che la causa sia l’uomo, che immette nelle acque quantità di materiali non biodegradabili oltre ogni limite che il buon senso suggerisca. Il luogo sotto studio è situato ad 800 miglia marittime a nord delle Hawaii, distribuito su una superficie ampia due volte lo stato del Texas. Avvistata per la prima volta alla metà degli anni ‘90, di dimensioni molto più ridotte, è praticamente cresciuta di circa dieci volte in dieci anni. Qualche ricercatore, anche se l’isola non ha un nome ufficiale, la chiama da tempo «The Great Pacific Garbage Patch».
Sono solo rifiuti della società umana. Non c’è nulla di naturale in quella grande isola. Secondo le stime più recenti, fatte da chi la osserva e la studia, peserebbe approssimativamente 3,5 milioni di tonnellate, con una densità di 3,34 milioni di oggetti di piccole dimensioni per chilometro quadrato, di cui l’80 per cento è plastica. Non solo. Essendo localizzata nel Pacifico settentrionale, e studiata la direzione e l’intensità delle correnti, la sua crescita è garantita. Continuerà a crescere, perché le correnti marine ed i venti causano un vortice che spinge in quella zona ogni materia solida galleggiante e leggera. Secondo alcune stime, potrebbe, nel giro di pochi anni, raggiungere un’estensione confrontabile con quella dell’Africa. Pensare ad una bonifica appare per ora impossibile, poiché non si saprebbe dove mettere questa grande mole di rifiuti. La causa della tardiva scoperta dell’isola di rifiuti è da ricercare certamente nel fatto che si trova in un’area del Pacifico poco attraversata da rotte navali o di pesca. Di recente, il professor Marcus Eriksen, direttore del «Algatita Marine Research Foundation», ha dichiarato al quotidiano «San Francisco Chronicle» che: «con i venti che si abbassano di colpo, e le correnti che ruotano circolarmente, quello è l’ambiente perfetto per intrappolare i rifiuti». Tutto accade perché la plastica resiste alla biodegradazione. Con in tempo e la luce, le plastiche sottili sono infatti soggette alla fotodegradazione, le buste e le bottiglie si frantumano in pezzi molto più piccoli, che però mantengono la loro composizione molecolare originale. Che non è biodegradabile. Che non è digeribile, ma viene ovviamente ingerito dalla fauna marina, sia dai pesci sia dagli uccelli, e che come risultato ha una vera e propria strage. Strage di cui siamo tutti responsabili. Strage che può solo crescere nel tempo, se non si affermano immediatamente le bioplastiche sul mercato, e più in generale una revisione dei materiali che usiamo nella vita quotidiana.Oltre questo, che è già un disastro, c’è dell’altro, in vista per il nostro futuro.

(Fonte: Alessandro Iacuelli)

giovedì 21 febbraio 2008

Incenerire i rifiuti è la soluzione?

I rifiuti solidi sono solo materiali grezzi che non sappiamo usare per stupidità.
(Arthur C. Clarke)

Quello degli inceneritori è un argomento che mi sta molto a cuore, poichè in questo periodo io stessa ne sono coinvolta in prima persona.
Perchè non credo all'incenerimento dei rifiuti?
Innazitutto ci tengo a precisare che il termine "termovalorizzatore" è squisitamente italiano: questo termine non ha alcun riscontro nè nella legislazione europea, nè nella letteratura scientifica. Quindi nel resto del mondo si chiamano inceneritori! Molto probabilmente la parola valorizzazione serve ad indorare la pillola: noi italiani siamo un popolo di pigri, ci basta che qualcuno dica due parole messe in maniera opportuna e tutto ci sta bene, nessuno va mai ad indagare e quando lo si fa il più delle volte "la frittata è fatta".
La verità è che quello degli inceneritori è un vero e proprio bussines, non la soluzione al problema rifiuti. Ci parlano di produzione di energia, ma quanti di voi sanno che in realtà un inceneritore ha un'efficienza energetica bassissima? La maggior parte dell'energia prodotta serve allo stesso per poter funzionare. Qui sotto vi riporto un grafico molto chiaro.


Il riciclo della carta recupera 3,2 volte l'energia che deriverebbe dal suo incenerimento; per la plastica il rapporto è di 4 a 1.
Vengono a raccontarci che la raccolta differenziata può coprire fino al 40% max 50% e il resto va per forza incenerito. BUGIE: ci sono province come Treviso, Vicenza, Bergamo che hanno superato il 50%, ma alcune loro parti, come il Consorzio Priula, (provincia di Treviso- 23 comuni con circa 200 mila abitanti) nel 2004 ha differenziato il 73,8%.
Ci dicono che incenerire costa meno: BUGIA! Da un punto di vista economico questi impianti sono fallimentari, e se vanno avanti è solo perchè i governi con le loro politiche-bussines hanno fornito legalmente dei finanziamenti a questi impianti. Prima c'erano i famosi "Cip6" (prelevati dalle nostre tasche) e ora ci sono i "certificati verdi", introdotti dal decreto Bersani, che cataloga i rifiuti come "fonti rinnovabili di energia". E ancora una volta il povero reciclaggio e le vere fonti rinnovabili devono farne le spese.
Poi esiste il problema discarica: infatti poichè nulla si crea e nulla si distrugge, i rifiuti vengono trasformati in ceneri, che ahimè devono essere stoccate in discarica.
A proposito di discarica, c'è da precisare che su 1000 Kg di rifiuti inceneriti restano:
250-300 Kg di ceneri di fondo (scorie da combustione);
25-35 Kg di polveri provenienti da filtri (ceneri volanti);
30-40 Kg di fanghi dall'abbattimento dei fumi.
Nel complesso, quindi, circa il 35% in peso dei rifiuti inceneriti va portato in discarica. Non vi sembra un controsenso? Come al solito "predichiamo bene, ma razzoliamo male".
In ultimo, vogliamo parlare di Diossina? Credo che questo posso anche risparmiarvelo. Il problema diossina esiste e chi dice il contrario non è uno scienziato, ma solo un mercenario!

Allora la domanda è questa: perchè non facciamo qualcosa che aiuti davvero mamma Terra? Reciclare significa spendere meno energia e meno materia prima.
Svegliamo le nostre coscienze e non lasciamo che qualcuno venga a raccontarci delle favolette. Pretendiamo che il nostro stato attui politiche di raccolta differenziata, riciclo e riuso, educhiamoci a questo , perchè è il solo modo per arricchirci sia economicamente che a livello di salute.

Fonte: Ecoistituto del Veneto "Alex Langer"

sabato 9 febbraio 2008

SOS PETROLIO

"il nostro liquido pianeta brilla come uno zaffiro nell'assoluta
oscurità dello spazio. Non c'è niente come lui nel sistema solare, perchè c'è l'acqua"
(Johnn Todd)
In questi giorni è avvenuto un incidente importante: un cargo turco in fiamme, diretto a Trieste con a bordo 1.000 tonnellate di greggio, sta andando alla deriva al largo della costa adriatica croata, minacciando di inquinare le spiagge. Per fortuna le persone a bordo sono state tratte in salvo, ma la situazione pur sembrando sotto controllo, potrebbe portare a conseguenze disastrose.

Il discorso sull’ecosistema marino è molto ampio, e non posso trattarlo con un solo post, tuttavia volevo soffermarmi su una questione importante. Gli incidenti delle petroliere o le esplosioni che si verificano nelle piattaforme di trivellazione, sono gli unici eventi che richiamano l’attenzione pubblica e fanno pensare al pericolo che il petrolio presenta per l’ecosistema marino. In realtà dovremmo pensare diversamente: la maggior parte del petrolio viene rilasciato normalmente durante le normali operazioni di trivellazione, dal lavaggio dei serbatoi delle petroliere stesse, e dal conseguente rilascio di acqua oleosa e dalle perdite dei serbatoi durante l’immagazzinamento. Uno studio eseguito dagli Amici Delle Terra nel 1993 mise in evidenza che ogni anno le sole compagnie petrolifere statunitensi, versano, sprecano o perdono petrolio in quantità uguale a quella trasportata da mille navi cisterna. Anche i depositi naturali rilasciano quantità di petrolio nell’oceano. Come vedete siamo continuamente bomabardati.
Gli effetti che il petrolio esercita sugli ecosistemi marini dipendono da molti fattori: tipo di petrolio (se grezzo o raffinato), la quantità rilasciata, la distanza della fuoriuscita dalla costa, il periodo dell’anno, le condizioni del tempo, la temperatura media dell’acqua e le correnti oceaniche. La maggior parte delle forme di vita marina recupera dall' esposizione a grosse quantità di petrolio nel giro di tre anni. Il recupero all’esposizione di petrolio raffinato è più lento, circa 10 anni ed è ancora più lungo se pensiamo agli estuari, ai golfi chiusi o alle baie con acque poco profonde. Le spiagge inquinate da petrolio dilavate da onde alte o dalle correnti ritornano pulite dopo un anno, ma nelle zone salmastre e negli estuari il danno permane per molto tempo. E’ chiaro che tutto questo ha delle ripercussioni profonde in quella che è l’economia legata al turismo oltre che a un impatto ambientale di notevole considerazione, tradotto in perdita di biodiversità.
Come al solito le soluzioni che vi suggerisco non sono nulla di difficile o di eclatante, ma dovrebbero essere prese realmente in considerazione nelle politiche di gestione:le parole le porta via il vento, ma i problemi rimangono. Non si vuole capire che prevenire è meglio che curare.
Le soluzioni sono molte e svariate, ma vi cito solo quelle legate al discorso petrolifero. Bisognerebbe promuovere politiche volte alla tutela delle aree costiere sensibili e di valore ecologico, proteggendole dallo sviluppo, dalle perforazioni di petrolio e dal suo trasporto via mare; bisognerebbe obbligare all'uso di doppi fondi per le petroliere; e pianificare con strumenti efficaci rotte di navigazione che non siano fonti di disturbo per l'ecositema stesso, inteso come insieme di vita e di habitat.