martedì 19 agosto 2008

Biocarburanti, il rovescio della medaglia

Alcuni mesi fa, Gustavo Best, coordinatore di Onu-Energy (gruppo che si occupa di energia sotto il patrocinio della FAO) ha dichiarato che “l’industria dei biocarburanti è pericolosamente disorganizzata. Più aumenta la domanda di biocarburanti maggiore è la quantità di risorse sottratte all’industria alimentare e maggiori saranno i rincari dei prezzi del cibo”. All’inizio del 2006 una tonnellata di frumento costava circa 375 dollari, ora già a marzo del 2008 la stessa quantità ha superato i 900 dollari.
Allo stesso modo il mais è passato da 250 a 560 dollari ed anche il prezzo del riso è in continuo aumento. Le cause sono varie, di tipo socio-economico, ambientale, ma il colpo pesante è stato dato dagli Stati Uniti che hanno deciso di fornire sussidi agli agricoltori che decidono di convertire il loro mais in etanolo. Gli Stati Uniti vogliono arrivare a produrre entro il 2012 circa 28 miliardi di litri di etanolo, è facile intuire come questo causerà una forte crescita dei prezzi lungo tutta la catena alimentare. L’aumento dei prezzi degli alimenti sta già facendo sentire la sua pressione nei paesi poveri, la stampa non ne parla ma già in africa si sta assistendo a delle vere e proprie rivolte alimentari. Secondo gli specialisti della FAO, molte delle terre che prima erano destinate alla produzione alimentare ora vengono destinate ai biocarburanti e con essi fertilizzanti, pesticidi e soprattutto acqua. E’ un po’ quello che sta succedendo nella mia città: qui la società Eridania Sadam sta cercando di utilizzare i fondi destinati alla riconversione dell’ex zuccherificio, per costruire un impianto a biomasse da 32 Mwe alimentato a pioppi a crescita annuale. Ciò che non capisco è che riconversione vuol dire riconvertire un qualcosa che già esiste; questo impianto sorgerà lontano dallo stabilimento dell’ex zuccherificio (per cui si parla di riconversione) e sarà un impianto nuovo di zecca. E’ lecito quindi utilizzare i fondi destinati alla riconversione? La piana del Fucino è una terra agricola fertile, destinata a produrre cibo, eppure qualcuno ha pensato bene di trasformare questa “industria alimentare” in una industria energetica utilizzando i terreni e la poca acqua disponibile per produrre piante destinate ad essere bruciate. Senza contare poi che la reperibilità della biomassa nel territorio è scarsa (contrariamente a quanto tentano di farci credere), e la fine di questa storia sarà o la conversione di questo impianto a inceneritore di RSU (già avvenuta in altre parti di Italia) oppure si finirà con l’importare la materia da bruciare da altri Paesi, che spesso non garantiscono il rispetto delle norme ambientali, con ricadute negative sulla nostra economia. Il segretario nazionale delle Nazioni Unite Ban Ki- Moon lancia un appello chiedendo che vengano aumentati i sussidi per aumentare la produzione agricola a scopo alimentare in Africa. Nel mio piccolo lancio l’appello affinchè i nostri amministratori comunali e i nostri agricoltori non permettano a questa società di utilizzare i terreni non coltivati del Fucino per produrre energia. Queste aree possono essere utilizzate dai nostri agricoltori per coltivare grano, frumento, cibo e contribuire nel nostro piccolo a cercare di risolvere un problema globale come quello in cui ci stiamo venendo a trovare. L’unione fa la forza dice un proverbio, sono convinta che se a livello locale ognuno agisse nel pieno rispetto delle norme ambientali, economiche e sociali forse molti problemi a carattere globale non ci sarebbero.

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